Rifugi alpini a rischio per il caro energia

rifugio montagna

Da poco superata l’emergenza Covid l’economia di montagna deve far fronte ad una nuova emergenza: quella dei rifugi alpini a rischio chiusura per il caro energia. Con l’aumento dei costi dell’energia per molti gestori di rifugi sarà impossibile poter sostenere le spese necessarie a fornire il riscaldamento a tutti i locali.

Pannelli solari per i rifugi più lungimiranti

I gestori più avveduti e previdenti hanno iniziato a utilizzare pannelli solari per produrre energia in modo autonomo o comunque per ridurre i consumi. Citiamo ad esempio il rifugio Olmo, ai piedi della Presolana, in Lombardia, o il Rifugio Pietro Galassi, immerso nelle meravigliose Dolomiti Bellunesi. Il miglioramento della tecnologia e il miglioramento della resa dei pannelli solari in inverno sta convincendo sempre più gestori di rifugi sulle Alpi a investire in questa direzione per riportare i costi dell’energia elettrica a valore sostenibili.

Rifugi a rischio per il caro energia: la situazione in Veneto

Il caro energia non fa sconti a nessuna regione italiana, Veneto compreso. Di seguito vi riportiamo un estratto dell’intervista ad Alessandro Magagnin, vicepresidente di Agrav, l’associazione gestori rifugi alpini del Veneto: “Quest’anno bollette 7-8 volte maggiori rispetto al 2021. Nel bellunese con lo scorso weekend hanno già chiuso tanti rifugi, nonostante negli ultimi anni abbiamo cercato di allungare il più possibile la stagione. Sarà un inverno difficile".

Il turismo è un settore molto colpito dal caro energia, tanto che sempre Magagnin ha proseguito nel suo intervento dicendo: “Il caro bollette ci sta mettendo in ginocchio, sarà un inverno difficile per i rifugi. Stiamo chiudendo prima la stagione. Nel bellunese gli unici che potranno tenere aperti saranno quelli sulle piste da sci”. Questo è il quadro fornito dal vicepresidente di Agrav. Negli ultimi anni i rifugi alpini hanno cercato di allungare il più possibile la stagione per cercare di offrire un’offerta turistica più ampia sia ai numerosi stranieri che ogni anno decidono di passare le loro vacanze nel bel paese sia ai turisti italiani che specialmente con il finire della pandemia hanno riscoperto i valori e la bellezza della montagna.

Con la crisi del caro energia sono molteplici i rifugi alpini veneti che hanno già chiuso negli ultimi week end di settembre senza aspettare l’arrivo della prima neve. Solitamente prima del caro energia i rifugi rimanevano aperti fino alla fine di ottobre e in alcuni casi, meteo permettendo, anche fino alla prima metà di novembre.

Rifugi a rischio per il caro energia: il progressivo aumento dei costi

Come purtroppo sappiamo la guerra iniziata all’inizio del 2022 e i relativi dazi tra Russia e Occidente hanno portato ad un enorme aumento dei costi dell’energia alla quale nemmeno il governo attualmente è riuscito realmente a far fronte. Soltanto nei mesi di luglio e agosto di quest’anno ci sono stati aumenti fino a 7-8 volte maggiori rispetto a quelli dello scorso anno.

I primi aumenti si sono visti nel settembre del 2021 ma ad oggi i costi sono insostenibili per pensare ad un’apertura prolungata dei rifugi alpini. Nemmeno gli impianti fotovoltaici riescono a far fronte all’emergenza, infatti con l’energia prodotta sono in grado di fornire una copertura pari al massimo del 50% dei consumi medi.

Di conseguenza questo inverno per la maggior parte dei rifugi sarà impossibile permettersi di tenere aperto tutto l’inverno ad eccezione di quelli locati su impianti sciistici. Quest’ultimi potranno contare su tutte le persone che andranno a sciare che garantiranno maggiori entrate per sostenere costi di energia oltre che di personale.

Rifugi a rischio per il caro energia: il problema seggiovie

I rifugi non sono le uniche strutture a soffrire per l’aumento dell’energia. Infatti questa crisi sta colpendo anche gli impianti di seggiovie fondamentali per garantire il regolare corso della stagione sciistica. A dar voce a questo problema ci pensa la presidentessa dell’Anef, l’associazione nazionale esercenti funiviaria che dichiara: “Se ci fermiamo noi, rimangono fermi tutti, compresi rifugi, maestri di sci e albergatori. Chiudere gli impianti funiviari significa ammazzare la montagna: è già successo una volta e non credo che nessuno voglia ripeterlo.

Detto questo, le bollette andranno poi pagate”. Secondo la presidentessa dell’Anef l’unica soluzione è quella di studiare i bilanci sulla base dei nuovi costi energetici. Prima dell’emergenza energetica il costo dell’energia incideva tra l’8 e il 15% a seconda dell’impianto. Oggi superiamo il 30%. La presidentessa dell’Anef Valeria Ghezzi ha poi aggiunto: “Siamo completamente passivi da questo punto di vista: il nostro lavoro non ci permette di fare politica di 'energy management', dato che la neve si fa quando ci sono le condizioni climatiche e gli impianti devono funzionare nonostante il numero dei clienti, ha precisato Ghezzi, auspicando un intervento del governo.”

In conclusione al momento l’unica via auspicabile per evitare disagi a rifugi alpini ed impianti funiviari è un deciso intervento da parte del governo per bloccare il costo dell’energia.

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